I buchi neri

Hai seni grossi, oppure piccoli. Oppure non ce li hai proprio… Ce li hai che stanno su da soli, oppure flosci come sardine…

Hai il culo tondo, oppure obeso, oppure scarsi fianchi mascolini…

Hai un bel viso, oppure sei una cozza…

Hai un corpo attraente, oppure sei uno scheletro umano, oppure una balena, o comunque un cesso…

Sei moribonda, su un letto d’ospedale, hai due di pressione, ti hanno tagliato un braccio, senza denti, perdi i capelli a ciocche, puzzi, ti pisci addosso, hai un alito da fogna, sei più di là che di qua, deliri…

…Ma se hai una fica in mezzo alle gambe troverai sempre un uomo a cui diventa duro al sol pensiero di poterti fottere!

😀

Annunci

Masha

Un giorno, ficcanasando sui social, negli amici di quell’amico, notai una col suo nome. All’inizio non pensai che fosse lei. Anche perché era troppo bella. Aveva gli occhi verdi – forse solo uno? – e poteva contare su una carnagione bianca da lenzuolo che lei non aveva mai sfoggiato. Per non parlare degli occhialini rossi e quel trucco così marcato che non le avevo mai visto, in particolare con quel rossetto rosso sangue arterioso che lei non aveva mai messo.

Eppure era lei. Però dovetti scorrere tutte le altre sue foto a ritroso fino a un anno prima per accorgermi che effettivamente lo fosse. Il grosso cambiamento era arrivato all’incirca in quel periodo, presumibilmente col cambio di lavoro, con quel lavoro che sembrava l’avesse lanciata adesso nell’aristocrazia dell’arte e della moda.

Mi colpirono molto quelle sue foto più recenti perché, oltre al fatto che non sembravano proprio le sue – perché solitamente, in precedenza, aveva postato solo foto dimesse, depresse, lugubri che facevano eco al suo depresso stato mentale di allora (tanto che una volta mi ero detto: quanto è invecchiata!) –, era completamente differente la maniera in cui lei si rapportava col mondo. Adesso sembrava bella. Si spacciava per bella. Si sentiva bella.

Beh, certo era dimagrita di almeno una quindicina di chili. Forse era quello che le dava il vento in poppa: il fatto ora di essere la più magra e probabilmente bella tra tutte le sue amiche corpulente.

Un bel viso ce l’aveva sempre avuto. Ma un conto era averlo grosso e gonfio e avere il morale sotto i tacchi, tutt’altra cosa era sentirsi leggera e bella al centro del tutto, con quel suo ego smisurato che non chiedeva altro da decenni, con un impiego che tirava e la rendeva ricercata e in qualche modo vincente, così che lei ora non vedeva l’ora di farsi invidiare per quanto era felice.

Eppure, quella, ne ero persuaso, era una felicità superba, in gran parte posticcia, plastificata, da spot pubblicitario. Bastava osservare la maniera in cui lei, truccatissima e irriconoscibile rispetto a prima, si scattava e poi pubblicava sempre quelle sue foto fatte a dire il vero a regola d’arte, perché lei di certo sapeva dove mettere la luce e quale fosse il suo lato migliore per risultare quel pezzo di ragazza che voleva far credere di essere. Senza poi contare quell’espressione… Ecco, era quello che mi colpì, penso, più di ogni altra cosa. Quell’espressione da ragazzina infiocchettata e profumata che si vuol far vedere, che sta sul mercato per dire agli altri: guardate tutti come è bella la mia merce! guardate e rodetevi, bastardi!, perché per una volta mi va tutto bene. sì, e adesso io sono disponibile e ho una gran voglia di tornare ad avere una relazione con qualcuno…

E quella era la seconda cosa che spuntava, di straforo, tra le righe, dopo tutto quel mostrarsi capricciosa verso l’obiettivo. Era sola. Non c’era una sola foto di un uomo, o di lei che si baciava con qualcuno. Una come lei, se ce lo avesse avuto, un uomo, lo avrebbe sicuramente sbandierato ai quattro venti per far rosicare chi la conosceva – lei così felice, mentre le altre tutte deluse! Ma non ce l’aveva. No, no, no. Quella consapevolezza mi regalò un brivido, e quella notte le riservai un paio di polluzioni durante i miei sogni più indecenti, quando era da secoli che non la sognavo più.

Tuttavia, per nulla al mondo avevo intenzione di riavvicinarla. Vaderetro! Ricordavo quanto era stata fredda l’ultima volta. Ricordavo il suo atteggiamento vanaglorioso da puzza sotto il naso. E ricordavo che per ripicca non l’avevo più degnata di uno sguardo, e lei ne era rimasta stupita, tanto che alla fine era stata lei a salutarmi chiedendosi cosa mai fosse avvenuto per esser arrivati a quel punto. Era avvenuto che non ne potevo più del suo malato orgoglio viscerale. Di lei che pretendeva delle scuse per delle cose che non la riguardavano. Così, se anche adesso mi appariva come un’appetitosissima ciliegia lustrata, rossa rossa, che non aspettava altro che di farsi mangiare… io sapevo cosa c’era dietro quella sua patina di bambina viziosa pronta a fare sesso (che anelava il sesso). E ricordavo la prima volta in cui mi ritrovai così vicino a lei da poter annusare il suo alito, la prima volta che la baciai. La prima volta che notai quella somiglianza tra la sua bocca e la sua vagina, dalla quale veniva grossomodo lo stesso effluvio. Era stato proprio quello che mi aveva indotto alle eiaculazioni notturne la notte…

Ciononostante, anche se mi guardai assai dal ripalesarmi nella sua vita, il destino aveva in serbo qualcosa che la riguardava – e che cosa! Tutto avvenne perché mi misi a lavorare a un progetto teatrale con un attore nostro comune amico. Io gli scrissi un testo, lui poteva recitare quel monologo che avevo scritto appositamente per lui. Era il mio primo spettacolo teatrale in assoluto a cui avrei fatto anche da regista, e credo che mi venne piuttosto bene per essere stato un neofita del genere. Anche il mio amico rimase enormemente sorpreso della potenza del mio testo; in più mi disse che si sentiva molto simile al personaggio che avevo così sapientemente tratteggiato nel monologo. A ogni modo, per portare in scena quell’opera, una volta trovato un piccolo teatro di periferia che sarebbe stato perfetto per lanciare la produzione, ci serviva uno scenico, un allestimento teatrale. Ci serviva un costumista esperto. E a chi mai avremmo potuto chiederlo? Io gli dichiarai che ero completamente estraneo a quell’ambiente. Mi disse che avrebbe rimediato lui tutto quello che mancava perché lo spettacolo era troppo bello per farlo rimanere nel cassetto per delle piccole questioni pratiche. Sta tranquillo, ci penso io!, mi disse lasciandomi. E io, conoscendolo, speravo solo che lui, in contatto con un sacco di individui ambigui per lo più cialtroni o gente in cerca di un ruolo artistico maturo, – un po’ come lui, eterno emergente –, non mi avrebbe imbarcato in qualcosa che mi avesse costretto a tenere il moccolo a una serie infinita di delinquentucoli traffichini e portaborse.

Un giorno mi chiamò raggiante. Mi disse di venire a teatro, a fare le prime prove, con i primi abbozzi di scenografia. Mi disse che ci sarebbe stato anche il costumista e lo scenografo, rise. Mi disse che c’era una sorpresa ma non mi volle dire di cosa si trattava. E la sorpresa era ovviamente lei.

Rimasi sbalordito quando me la trovai di fronte, con i suoi occhialetti rossi e quel rossetto sanguigno, che mi sfoderava le stesse espressioni da bambina viziosa delle sue ultime foto. Riuscii a non apparire deluso o contrariato. D’altronde, se volevamo portare davvero in scena quel dramma, non potevo mettere io stesso i bastoni tra le ruote alla produzione, perché non è che potessimo contare su un numero illimitato di opportunità che ci si sarebbero dischiuse davanti ai nostri occhi permettendoci di scegliere la migliore dal mazzo. Noi era già tanto se avremmo avuto quell’opportunità, e tutti e tre eravamo orientati a giocarcela al meglio delle nostre possibilità.

Anche lei. Che però non rinunciò fin dal principio ad affiancare al nostro certosino scambio di vedute una mimetica trama di seduzione che però non poteva non esser percepita. Così, una settimana dopo – dopo che aveva lavorato duro per tutto quel tempo dodici ore al giorno, e spesso avevamo anche dormito nello stabile del teatro per risparmiare tempo e mangiato un mucchio di volte assieme, e lei mi aveva fatto vedere quanto ora fosse a dieta, alcune volte mettendo in risalto i suoi fianchi comunque grandi dimostrandomi però che non era mai stata così magra –, una sera lei portò il suo gioco della seduzione più oltre del solito e io, io che fino allora mi ero sempre palesato disponibile in tutto sul lavoro ma apparentemente morigerato circa quello che avrebbe potuto esserci oltre, io decisi di farmi portare nel suo grembo e ci finii a letto.

La denudai, la toccai, le scrutai come un medico scrupoloso il suo nuovo corpo. Osservai le sue comunque floride mammelle esser diventate più piccole. Comunque quelle erano sempre state un suo vanto e anche così avevano la forma di enormi pere mature da mordere e gustare in tutta la loro dolcezza prima che si guastassero per aver atteso troppo. Non aveva più la pancia. La carezzai a lungo in quella zona prima di prendermi tutto il resto che stava sotto e dietro. Le feci praticamente una visita completa, come fossi il suo dottore ginecologo. E lei si fece fare tutto. E se talvolta provò ad allontanarsi, io la riprendevo e le davo più amore, così che lei, avida di quel miele da cui era digiuna da tempo, non potesse più lasciarmi.

La mattina dopo l’attore nostro amico ci trovò a letto e sorridendo disse: sapevo che sarebbe andata così, mi chiedevo solo quanto avreste atteso per arrivare fino in fondo. Io pensai che tutti e tre col senno di poi sapevamo che sarebbe successo. Il fatto era che fummo costretti a stare troppo gomito a gomito. Due persone che fanno faville non devono mai cacciarsi in situazioni del genere, se non vogliono che succeda quello.

Giunti ancora alla sera successiva, eravamo entrambi convinti che potessimo smarcarci da quella relazione dicendoci che era stato solo qualcosa di specifico e unico, che non sarebbe più successo. Lei mi aveva trattato con particolare distacco: stava già recitando la parte di quella che mi avrebbe lasciato, che non si poteva sprecare per uno come me. E io dentro di me ne ero contento perché non sopportavo l’idea alienata che tra di noi avesse potuto continuare. Così lei se ne stava per andare a casa per dormire nel suo letto quella notte, per esser certa di non ricaderci. Sennonché lei mi guardò – eravamo già soli nuovamente – e mi chiese: tu non vai via?, manifestandosi realmente interessata alla mia strana scelta. Allora io mi spogliai nudo e mi misi sul materassino dove avevamo giaciuto la notte prima e le feci segno con la mano di sedersi accanto a me. Lei provò ad andarsene, ma non poteva staccare gli occhi dalla mia nudità.

Il pene mi si inturgidì. Le chiesi di farmi un favore con la bocca. Lei ancora se ne stava andando… Mi disse acidamente: chiedilo a tua sorella! E prese la strada dell’uscita. Allora la braccai. La catturai prima che uscisse dalla stanza. Le feci sentire il membro che le spingeva sulla gonna. Lei disse: lasciami andare! Ma i suoi occhi e tutto il suo corpo dicevano il contrario. Era una delle sue finzioni per farsi implorare. I suoi vestiti vennero via come carta velina. La baciai fin quando non perse tutte le inibizioni. A quel punto non sarebbe più andata. Le feci fare quel che prima le avevo chiesto e lei mi mostrò che era diventata assolutamente esperta in materia e che me lo avrebbe fatto ricordare ogni volta che glielo avessi chiesto.

Quella notte esagerammo. Varcammo limiti invalicabili per due che poi si sarebbero voluti lasciare. E il suo corpo divenne mio, esattamente come la sua anima, che potevo tenere in mano e plasmare a piacere. Lei avrebbe fatto tutto quel che volevo. E infatti lo fece, e l’odore e il sapore del suo sesso feci in modo che mi si imprimesse a fuoco sulla pelle e in particolare sulle mani e la faccia. E io fece lo stesso con lei.

La mattina ancora dopo l’attore nostro amico ci sorprese nuovamente a letto: ma non dovevate andarvene a casa ieri sera?!, ci disse. Lei era ancora nuda, coperta solo da un lenzuolo, stremata, che dormicchiava sonnolenta in una posa abbandonata. Sollevai un secondo il lenzuolo per fargliela vedere. Si eccitò anche se non l’aveva mai degnata di considerazione. Valutai come sarebbe stato divertente fargliela scopare, solo per gioco. Io le avrei chiesto il favore di farlo, lì davanti ai miei occhi, per me, per dimostrarmi che mi amava, e lei lo avrebbe fatto. Ma forse in seguito le avrei potuto fare quello scherzetto, non subito.

La giornata fu molto diversa dalla precedente: lei adesso non faceva più la professionale. E alternava momenti di capriccio tipico dell’amante gelosa che desidera anzi pretende ogni attenzione dell’amante su di lei, a momenti di puro terrore in cui voleva essere rassicurata che non l’avrei lasciata. Io reagivo ai primi momenti disprezzandola e dicendole che non volevo giocare al fidanzatino e la fidanzatina che bisticciano sempre per delle cazzate e poi fanno la pace; quindi la trattavo duramente e delle volte anche crudelmente. Beh, era anche per quello che poi subentravano quei momenti in cui lei quasi piangente aveva timore che da un momento all’altro avessi potuto abbandonarla. A cui rispondevo rassicurandola e baciandola dolcemente.

A sera l’avevo talmente rassicurata che lei aveva ripreso a incarnarsi nella bambina viziosa con la quale mi si era ripresentata, e faceva un mucchio di discorsi sul futuro, sulle vacanze, sull’andare a vivere assieme, che se il dramma avesse avuto successo avremmo potuto spostarci in un paese straniero e viver lì. Mi saggiava. Saggiava le mie reazioni di continuo per vedere se la respingevo. Ma a un certo punto le dissi che ero stanco di sentire idiozie da donnetta insicura alle quali neppure lei credeva. Le dissi chiaro e tondo che la nostra era solo pura e cruda attrazione fisica, un’attrazione fisica così forte perché tanto marcate erano le nostre inconciliabili differenze caratteriali.

Lei rimase sgomenta. Ma sapeva che avevo ragione. Tuttavia non era capace di amare che in quella maniera, per cui quello che c’era tra noi si ostinava a chiamarlo amore.

Seguirono pianti e crisi. Mi lanciò delle cose addosso, mettendo a repentaglio anche la delicata e ricercata scenografia che con tanta cura avevamo messo su profondendoci nei nostri massimi sforzi.

Per curare la sua pazzia le diedi l’unica medicina che sapevo funzionasse e lo avrebbe fatto per sempre. Una seduta di sesso estremo che l’avrebbe tanto soggiogata che acquietata, che soddisfatta.

Al mattino era un angioletto. L’attore ci trovò ancora a letto. Ma voi due allora fate sul serio?, vi siete messi assieme?, ci chiese. E io e lei non gli rispondemmo e ci guardammo lanciandoci delle occhiate allusive. Del tipo: se non avessimo rovinato tutto, quel nostro rapporto così fisico avrebbe potuto anche andare avanti. Forse per sempre.

Quel giorno non mi andava di lavorare, gli dissi. Eravamo anche in anticipo sui tempi previsti, ormai. Per cui gli diedi una giornata di ferie e lui se la prese volentieri, solo, prima di lasciarci soli, mi fece promettere che la nostra storia, comunque fosse andata, non avrebbe ostacolato la messa in scena del nostro dramma. Glielo promisi solennemente e una volta che se ne fu andato mi strinsi Masha a me, la guardai arreso. Ci eravamo innamorati. Eravamo andati troppo oltre. Le misi le mani dentro i suoi due orifizi principali. Pretesi la sua lingua. Pretesi tutto da lei. E lei mi diede tutto. E pretese tutto da me.

Fuga perenne

Sono venuta qui in cerca d’eccitazione.

Ma poi, al dunque, desisto. Mi dileguo, faccio perdere le mie tracce. Fuggo.

Torno alla pacificata realtà.

Sennonché… poi la noia riaffiora. Torna la voglia di andare oltre.

Allora, per evitare guai peggiori nella realtà, mi rituffo nel virtuale.

Dove la storia ricomincia da capo…

Nani (4)

Un mese dopo avevo appena scoperto che nell’azienda lavorava anche una mia vecchia amica, una delle più care che avessi mai avuto. Ci demmo appuntamento all’ingresso. Lei mi disse che in quel periodo stava con una che le aveva dato qualche grana, una ragazzona bionda sulla quale le interessava molto conoscere il mio giudizio.

Quel giorno c’era sciopero in azienda. Ormai i lavoratori erano più delle postazioni disponibili per cui bisognava arrivare presto per accaparrarsene una. Questo aveva indisposto i sindacati. Così erano saltate fuori anche quelle storie circa i continui abusi sessuali che si consumavano in azienda, ma in realtà tutti sapevamo che erano pretestuose, ovvero le tiravano fuori solo quando faceva comodo a loro. Difatti anche i sindacati avevano quella cattiva usanza di abusare di tutti gli esseri umani di cui potevano farlo.

All’ingresso c’era molta gente fuori con cartelli e qualcuno con fischietti rumorosi. Mi fermò un tale con la barba. Non lo riconobbi sul momento: era lo pseudo-intellettuale maniaco sessuale del corso di formazione. Anche lui non mi riconobbe, ma al contrario di me comprese istantaneamente che doveva conoscermi. Un secondo dopo ci eravamo riconosciuti. Lui ci provò ancora con me: aveva scordato che gli avevo detto che ero lesbica. Gli chiesi innocentemente se frequentava ancora la gente del corso originario. Mi disse di no, che l’ambiente era troppo dispersivo per conservare le amicizie. Immaginai che alla fine ci avesse provato anche con Nani e lei, da ultimo, lo avesse respinto, anche se non ero certa se in principio non avesse ceduto alle sue avance; lui sapeva essere oltremodo persuasivo. E lei, Nani… Aveva qualcosa che non andava, nonostante la sua aria sicura da ragazza vincente che sapeva quel che voleva dalla vita e l’aveva anche pianificata con dovizia, quella vita… Poi si ricordò evidentemente che per lui ero campo minato, allora mi abbandonò frettolosamente per gettarsi subito su una moretta che sembrava si fosse vestita per andare al mare. Mi rimase il suo appiccicoso volantino tra le mani intriso di sudore. Lo lessi. C’era scritto:

ORA BASTA CON I SOPRUSI E LE MALVERSAZIONI CHE SI CONSUMANO DA ANNI IN AZIENDA! IL COMITATO DI LIBERAZIONE DALLA SCHIAVITÙ LAVORATIVA INDICE UNO SCIOPERO PER OGGI, 12/11/XXXX, CHE SI TERRÀ ALL’INGRESSO DELL’AZIENDA. SEGUIRÀ UN SIT-IN CON DIBATTITO CON ARGOMENTO ANCHE LE VERGOGNOSE CONDIZIONI LAVORATIVE IN CUI CI COSTRINGONO A STARE, IN CUI ORMAI BISOGNA LITIGARE COL VICINO PER RUBARGLI UNA POSTAZIONE LIBERA

Lo tenni in mano solo per non farmene mollare un altro. Poi vidi la mia amica che si avvicinava. Ci abbracciamo con contentezza. Era cambiata, era più magra. Evidentemente le crisi con la sua compagna le facevano bruciare molte calorie. Fisicamente era bella in tiro, proprio niente male, ma i suoi occhi erano un poco più stanchi. Rimanemmo qualche minuto a parlottare. Poi mi disse che mi voleva presentare la sua compagna attuale della quale aveva fatto un gran parlare. A seguire avevamo in mente di entrare comunque nonostante lo sciopero, lei perché non gliene fregava nulla e pensava solo a incamerare più soldi possibili, io perché in realtà non l’avevo detto a nessuno ma avevo comunque deciso di abbandonare quel posto che ormai mi dava solo il disgusto.

Dunque ci avvicinammo, pochi metri più in là, a questa sua nuova compagna. Era una ragazza che non mi aspettavo, alta, bionda, con la faccia schiacciata. Dopo le presentazioni questa tipa si manifestò molto nervosa. Era evidente che la mia amica l’avesse informata dei rapporti profondissimi che erano intercorsi tra noi, di cui lei doveva essere mortalmente gelosa. Per questo non trovò niente di meglio da fare che fuggire alla mia vista fingendo di avere da parlare con un rasta.

Dopo entrammo in azienda, io dalla mia parte, loro due dalla loro, ma ci lasciammo dicendoci che ci saremmo riviste per pranzo.

Dato che quello era il mio ultimo giorno, volli esplorare gli uffici dell’azienda in cui non mi ero mai spinta. Allora andai stavolta al blocco di uffici che erano maggiormente battuti dal sole, che d’estate si infuocavano talmente tanto che non vi si poteva quasi stare.

Entrai in una stanza ampissima dove le scrivanie non erano sistemate con criterio. Adocchiai una ragazza che era intenta a fare una chiamata. Aveva una faccia abbattuta. Teneva la gamba nuda sollevata ed era scalza. Mi innamorai di quei suoi piedi. Sarei voluta andare da lei e dirle: amore, mettimi il tuo bel piedino nella fica, dai!, mettimelo tutto! Ma non mi sembrava il caso di farlo, lì davanti a tutti.

Perlustrai tutti e tre i piani. La zona era bella, ma ostinatamente caotica. Come del resto ogni altro ambiente in quel complesso. Così non c’era scampo in quel posto: o ci si annoiava, o si finiva per ficcarsi in relazioni squallide che ti intorbidivano l’anima. Anche la mia amica faceva così. Quasi tutti facevano così. Fioccavano tradimenti, storie d’amore di tutti i tipi senza alcuna regola. Era peggio che stare in galera, immagino. Perché in galera almeno c’erano delle regole, si doveva render conto a qualcuno, invece lì non si guardava in faccia nessuno. Era un porcaio, un troiaio continuo, e anche gli uomini si erano perfettamente adattati a quel trantran, non solo le donne.

A pranzo andai a trovare la mia amica nell’ultima zona degli uffici dell’azienda che ancora mi rimaneva di vedere. Stava in una parte buia, in cui c’era sempre per qualche motivo un’aria condizionata talmente a palla che infatti la mia amica si metteva il foulard e si teneva anche il collo con la mano mentre faceva le chiamate. A vederla così mi fece ridere, però lei mi disse che per colpa di quell’aria gelata era stata pure male a casa una settimana intera.

Parlammo un altro poco. Poi neppure mangiammo assieme perché la sua compagna la volle trascinare dove io non ero intenzionata ad andare, cioè al centro commerciale. Così ci salutammo. E io non ebbi neppure il coraggio di dirle che quello era l’ultimo giorno in quell’azienda di merda che mi faceva schifo, dove non esisteva futuro, ma solo un presente grigio senza reali soddisfazioni.

Il mio ultimo pensiero comunque fu per Nani. Non la vedevo da mesi. Nessuno mi aveva più parlato di lei. Eppure posso dire che ancora ne ero innamorata. E anche lei qualcosa doveva provare per me: non me la scordavo quella sua certa agitazione quando ce l’avevo davanti. Nani, anche tu sotto sotto eri bisessuale, vero? Oppure eri proprio lesbica?

La mia mesta esperienza in quel luogo ributtante terminò quel giorno. Ma ebbe una seppur modesta appendice. Un giorno d’inverno inoltrato, in un quartiere invero non troppo distante da quello dell’azienda, avvistai in strada quel donnone arcigno che una volta aveva fatto parte del mio gruppo, che poi avevo casualmente rincontrato quando mi ero ripresentata all’azienda per riprendere il lavoro, o meglio per cominciarlo davvero.

La riconobbi. Anche lei mi riconobbe. Era in compagnia delle sue adorate bambine, che un poco già le somigliavano, povere bimbe. Erano piccole, avevano sui cinque o sei anni.

Con la coda dell’occhio mi accorsi che si prodigò in una delle sue espressioni dure. Allora ebbe l’istinto quasi di venire da me. Ma io, senza guardar lei, cominciai a fissare le figlie, come a dirle: quanto vorrei scoparmele; se si avvicinano, me le scopo sul serio.

Quel mio astuto stratagemma evidentemente riuscì alla perfezione, perché lei ebbe un moto di profonda contrarietà, prese le bambine per mano e tornò indietro.

Nani (3)

Il giorno dopo cambiai ancora zona – in realtà stavo cercando Nani? Mi sedetti accanto una bionda che lavorava parecchio ed era molto rumorosa quando faceva le chiamate. Comprese che ero nuova. Le dissi che era il mio terzo giorno e lei mi diede molti suggerimenti. Ma quando poi le feci una domanda specifica sul sistema non mi seppe rispondere lasciandomi intendere che lei agiva solo per il suo bene e per lucrare il massimo, non le interessava se col suo comportamento egoistico avrebbe danneggiato qualche cliente dell’azienda. Mi diede però un’informazione interessante. In quella zona si aggiravano molti team leader che qualche volta facevano le pulci al nostro modo di lavorare. Dunque non mi dovevo turbare se all’improvviso qualcuno mi si fosse seduto accanto fissandomi con fare inquisitorio: era il loro solito modo di rompere le palle. Con un giro di parole mi disse che se poi qualcuno di loro si fosse messo in testa di provarci con me, io ci dovevo stare, se mi volevo tenere l’impiego.

Non sapevo come rispondere su quell’argomento, così non dissi nulla. La bionda si manifestò molto loquace con me. Era piacente, anche se il suo modo di fare, che alternava verità licenziose a subdole falsità, mi indisponeva. E poi parlava a voce troppo alta e affettata per risultarmi simpatica.

L’ultima sua chicca me la diede quando, a metà mattinata, mi fece cenno col pollice dietro di lei. Mi voltai. Non capivo. C’era una stanza con le pareti di vetro, con dentro dei tipi che non ci misi troppo a capire che dovevano essere i temuti team leader. Difatti lei me lo confermò. Mi disse di fare attenzione a tutti quelli che vedevo passare di lì, comprese le persone che ci venivano portate. Nemmeno mezz’ora dopo ebbi una dimostrazione di quello che poteva succedere… Un tipo non molto alto, con i capelli a spazzola e le scarpe lucenti nere, che sembrava provenire da un pacchiano film di gangster, si accostò a una ragazza per trenta secondi mentre lei parlava al telefono. Quando la chiamata terminò le disse che non andava ancora bene. Lei lo guardò dispiaciuta temendo quello che le sarebbe toccato. Allora lui le disse quello che lei doveva già aspettarsi, di seguirlo dentro, dentro quella stanza con i vetri alle pareti, dove le avrebbe fatto un bel “ripasso”. Chissà perché già sapevo cosa intendeva con quel termine. Lei si alzò in piedi e con fare grave lo seguì come succuba. Aveva dei bei capelli lungi e neri che le arrivavano al sedere, e un bellissimo culo tondo, più grande del consueto, che certo doveva essere la sua maggiore attrattiva, anche per le donne a cui piacevano le donne, come me.

Si chiusero le porte dietro. La bionda, che aveva assistito alla scena silenziosa, mi disse con fare complice: guarda cosa succede adesso; e rise. Successe che il tipo buzzurro con nonchalance chiuse le tendine della parete che dava su noi. Se la sfonda bene, disse ancora la bionda ridendo e facendo un gesto osceno.

Con il procedere del tempo comunque quella bionda non la sopportavo più. Tutti i suoi “cara di qua e cara di là” mi rivelarono che mi si voleva fare. Però a me stava sul cazzo. Così finsi di fare pausa e presi la mia roba per trovarmi una postazione lontana da lei, di cui lei non avrebbe mai scoperto l’ubicazione.

Mi imbattei in una strana stanzetta quasi al buio, dove dentro c’erano appena le luci di due schermi accesi. Entrai e colsi subito una ragazza che quasi saltò per aria quando mi vide. Era molto giovane, aveva forse una ventina d’anni, se non meno. Le dissi con disinvoltura: e tu che cosa fai qua?

Lei rimase molto in soggezione. Dovette scambiarmi per una team leader. In seguito avrei pensato che proprio per sfuggire alle sordide mire di uno di essi si era imboscata sperando che almeno lì le sarebbe stato permesso di lavorare…

Mi disse costipata: ah!, lo so che non dovevo entrare qui, che devo sempre stare sotto l’occhio attento dei team leader, ma oggi non ho trovato nessuna postazione… allora mi sono messa qui!, mentì, perché di postazioni libere ce n’erano sia prima che dopo quel punto.

Non so che mi prese, forse ero ancora infoiata della scena che avevo vissuto. Forse era perché in quel posto o si predava o si era predati… Così pensai subito di approfittarne biecamente.

No!, tu menti e lo sai benissimo, cara!, le dissi con fare autoritario e lei mi fece immediatamente la faccia dispiaciuta…

Come ti chiami?, le dissi ventilando un suo prossimo licenziamento.

No, no, non lo farò più, giuro che non lo farò più!, mi disse tutta dispiaciuta, così dispiaciuta che si era già alzata in piedi e mi aveva messo le braccia al collo pregandomi di aver clemenza.

Allora le feci una faccia prima possibilista e poi addolcita.

Vaaabene, allora leccamela!, le ordinai slacciandomi i pantaloni con ironia, e lei si risedette, mi tirò subito giù le mutande e… me la leccò.

Poi mi divertii a tormentarle il clitoride con il dietro di alcune penne e a ficcarle il mouse nella vagina. E le dicevo: vediamo se riesco a chiudere la pratica cliccando da qui dentro – ci riuscii alla grande! 😀

Poi la portai in un angolo dove la feci accucciare mezza nuda e le pisciai addosso dicendole di bere la mia orina. Lei fece anche quello! La sua dedizione era così deliziosa che avrei voluto rimanere ancora per sculacciarla. Ma poi ebbi un rimorso di coscienza e sorridendole dolcemente le dissi che non ero una team leader. Lei mi disse che lo sapeva perfettamente, perché non avevo il tesserino appuntato sulla camicia, comunque aveva temuto lo stesso che avessi potuto andare a fare la spia. In ogni caso si era divertita anche lei a fare tutto quello che le avevo chiesto. Ci lasciammo cordialmente scambiandoci i numeri di telefono.

Le suggerii di abbandonare quella stanza: era troppo isolata e accendeva le voglie scostumate della gente. Mi disse che lo sapeva bene. Che era la seconda volta che le capitava di scopare forte li dentro. Che stava lì anche per quello. Che le piacevano le scopate improvvise nella semioscurità.

Ah vabbè, pensai, riflettendo che nel mondo “il più pulito c’ha la rogna”.

😀

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑