FACCOOV GHEIMOVER!

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Superdonne

Era da un po’ che non avevo la ragazza. Diciamo pure un mese che non vedevo una sorca nemmeno col cannocchiale. Mai avuto un periodo più lungo di astinenza in vita mia. Era uno di quei momenti di passaggio in cui uno fa piazza pulita di tutti i nomi femminili nell’agendina. Questo, mentre, contemporaneamente, altre che non avresti voluto, hanno fatto lo stesso con te.
Quando vedevo una bella donna alla tv mi veniva subito voglia di scopare. Mi sembrava di esser tornato ragazzino. Non ce la facevo più con le pulsioni erotiche. Fu allora che mi venne voglia di togliermi quello sfizio verso il quale in precedenza avevo sempre declinato: farmi una puttana.
Ma sì, pensavo, se non ci vado adesso con una puttana, quando mai ci andrò? Non facevo che dirmi: che male ci sarebbe?
Così, stabilii che dovessi andarci. Allora per prima cosa chiamai un mio vecchio amico della comitiva che a dire il vero da un po’ non si faceva più vedere. Si era sparsa la voce che andasse a puttane. Noi non sapevamo se quella cosa fosse vera, parzialmente vera, oppure falsa. Però nel frattempo erano passati anni, e lui era sparito e ormai tutti noi altri davamo per certo che lui fosse un frequentatore assiduo di puttane.
Il poveraccio neppure era brutto. Solo che con le donne non aveva mai saputo farci, non ci capiva un’emerita minchia. E, per scopare, quello era il solo metodo che uno sfigato come lui avesse potuto trovare.
Adesso che lo stavo chiamando mi sentivo anche io un po’ sfigato. Ma per me era diverso. Io era solo un momento di magra che avevo con le ragazze, lui la carestia l’aveva avuta tutta la vita.
Quando rispose al telefono, con la faccia come il culo gli chiesi:
“Come va?”
Fu sorpreso di risentirmi dopo tutto quel tempo in cui ci eravamo vicendevolmente ignorati senza che nessuno dei due avesse sentito la mancanza dell’altro.
Volevo che mi confidasse qualche trucco del mestiere, perché lui era pratico. Io, non essendo mai andato con una battona, non sapevo se i preservativi dovevi rimediarli tu, se e dove andare in caso ad appartarsi – non volevo certo portarmela a casa per farmi vedere dai miei vicini ficcanaso a cui già stavo sulle palle perché delle volte tenevo lo stereo un po’ alto e non vedevano l’ora di denunciarmi per potermisi togliere dalle palle. Cosette così…
Ci addentrammo un poco in una cordiale conversazione di rito. Dopo tre minuti già sembrava che non sapessimo più cosa dirci. Avevo provato ad allungare il brodo, per non essere troppo diretto, per non dare l’impressione che lo avessi chiamato appositamente per quello, anche se era proprio così, ma lui era rimasto molto guardingo e aveva fatto morire rapidamente ogni minimo spunto di dialogo. Così smisi di tergiversare e avemmo questo dialogo qui:
“Beh, ti avevo chiamato per un motivo specifico…”
“Immaginavo. Dimmi…”
“Beh, visto che gira questa voce su di te, e che in questo campo qui sei più esperto di me, pensavo che…”
“Che voce gira su di me?”
“Che voce?”
“Sì, che voce?”
“Ma niente. Si dice che frequenti… che poi questo è quello che si diceva prima, anni fa, ma oggi chissà… Beh, si dice che vai con le mignotte.”
“Ah, questo si dice…”
Pareva per metà compiaciuto per metà costernato.
“Sì. Perché, non è così?”
“E se anche fosse?”
“Niente. Per l’appunto mi chiedevo, visto che per me sarebbe la prima volta…”
“La prima volta?”
“Già! Mi sono deciso tardi, eh!”
“Parecchio. Ma che vuoi da me?”
“Volevo sapere se mi potevi dare qualche dritta… Non so, se ne conosci di affidabili. Economiche, ma che sappiano fare il loro sporco mestiere…”
“Beh, sì… Qualcuna la conosco, ma non so se possono essere il tuo tipo…”
“Ma sì che possono esserlo. Dimmi, dimmi: di chi si tratta? Che zona è? Sono belle?”
“Guarda, quella con cui vado io, una volta a settimana, per me è molto bella. Ma dipende dai gusti. A te potrebbe non piacere…”, mi disse manifestandosi molto pensieroso, quasi dispiaciuto di avermi rivelato il segreto.
“Ma sì che mi piacerà! In fondo si tratta solo di fottere: infilare il cazzo in un buco. O no? C’è dell’altro? Io sono nuovo del ramo, certe cose non le so…”
“Ma sì. È esattamente come dici tu. In fondo è solo mettere il cazzo in un buco…”
“Appunto. Allora che mi stavi dicendo? Tu da quale vai?”
“Io… vado da Fernanda. Sulla Quindicesima”, si fece sfuggire controvoglia.
“Ah, ho capito. È com’è sta Fernanda, bella?”, già mi stavo arrapando.
Da questo momento divenne però ancora più scocciato di quanto non si fosse palesato prima. Si fece elusivo, come volesse togliermisi definitivamente dalle palle avendo esaurito tutto il tempo che era disposto a dedicarmi.
“Ma, sì. Poi vedi tu… Senti, io ci vado ogni lunedì. E vorrei non incontrarti quel giorno, capito?”
“Ma certo. Non ci andrò mai di lunedì, figurati. Semmai il week end.”
“Bene. Beh, ti ho detto tutto…”
“Ma che è? Sei forse geloso che ci andrò anche io?”, ridacchiai.
“Macché! Solo che mi farebbe impressione sapere che te la sei fatta lo stesso giorno che me la son fatta io…”
“E che problema c’è? Quella è una puttana, mica una verginella. Va con decine di persone a notte…”
“Sì ma… preferisco non pensarci. E comunque lei è diversa. Lei se ne prendi pochi per notte. Delle volte anche solo uno, se tu ne hai bisogno.”
“Wow! Allora ti fa il servizio completo!”
“Senti, adesso devo andare. Mi raccomando, non ci andare lunedì che mi fai incazzare.”
“Ti do la mia parola, potesse cadermi il cazzo se non la rispetto.”
“È meglio.”
E mise giù senza nemmeno salutarmi.
Così, dato che era venerdì e mi scoppiavano sia il cazzo che le palle, decisi quella sera stessa di andarmi a cercare questa Fernanda.
La quindicesima la conoscevo. Era un po’ fuori mano. Rimaneva molto buia. Capivo perché la tipa battesse lì.
Mi recai in loco piuttosto presto, convinto che, essendo venerdì, la mignotta sarebbe andata via come il pane visto la gente che doveva aver atteso con la bava alla bocca il fine settimana appositamente per fottere.
Già a cinquanta metri di distanza da lei la vidi. Era sul luogo di lavoro, quindi. Fui felice che non se la fossero già rimorchiata. Era lì che sculettava passeggiando avanti e indietro. Ogni tanto controllava il cellulare, ma ebbi l’impressione che non stesse parlando e neppure prendendo accordi tramite sms con chicchessia. Ero davvero fortunato.
Più mi avvicinavo e meglio la vedevo e più mi piaceva. Era una donna con due belle gambe muscolose, con una minigonna rossa aderente e cortissima. Sopra indossava un toppino nero molto castigato. Aveva proprio delle belle tette grosse. I suoi capelli lunghi erano ondulati e neri. Quando fui a pochi passi da lei, ormai si era accorta di me e già da un pezzo aveva cominciato a sorridermi. Aveva labbra carnose, con sopra un rossetto rosso, e occhi truccati con del rimmel azzurro. La faccia era lievemente cavallina, e anche le labbra – che sembravano rifatte –, ma quello ai miei occhi la rendeva ancora più porca.
“Sei tu Fernanda?”, chiesi.
“Chi la cerca?”, rispose lei favorevolmente.
“Io! Un amico mi ha consigliato di venire da te…”
“Ah, allora devi dirmi chi è questo amico, così poi te lo saluto tanto”, mi disse frivola.
“Non ha importanza. Anzi, mi sa che quel mio amico era anche un po’ gelosetto del fatto che sarei venuto qui con te stasera. Meglio se non mi nomini proprio quindi, a meno che non sia lui a chiederti qualcosa.”
Sorrise accomodante con l’aria di una che la sapeva lunga.
“Sapessi quante volte succede questa cosa. Molto più spesso di quanto tu non possa immaginare…”
“Invece posso capire. Sei molto bona. Beh, dove si va?”, tagliai corto perché volevo solo scopare e non essere informato dei clienti che si innamoravano di una puttana come lei.
“Vieni da me? Il mio appartamento è qui vicino”, disse lei.
“Splendido. E… un’altra cosa. Non vorrei passare per veniale ma… quanto si paga?”
“Ah, quella è l’ultima cosa, non ti preoccupare. Visto che è la prima volta che ti vedo, ti tratterò con particolare cura per fidelizzarti. E poi deciderai tu quanto darmi, quanto mi sarò meritata, va bene ciccino?”, mi fece una moina mezza oscena mostrandomi la lingua.
Mi andava benissimo, ovviamente. Il suo appartamento era un buco di quaranta metri quadri pieno zeppo di vestiti femminili sistemati da tutte le parti, però tenuto bene, nonostante il disordine. Ed era anche pulito, questo era evidente. Le luci erano quasi tutte di bassa potenza, studiate per creare l’atmosfera adatta.
Mi fece sedere subito sul letto, che era il vero e proprio fulcro della casupola. Mi spogliai velocemente – mentre lei si eclissò un attimo in bagno. Poi mi coprii col lenzuolo, perché mi sentivo un poco in soggezione a farmi vedere nudo per la prima volta da una donna che non conoscevo.
Lei riapparve mentre ero sdraiato orizzontalmente nel letto con due cuscini dietro la schiena. Me la scopavo con gli occhi: bramavo sesso e null’altro. Si fermò a contraccambiare il mio sguardo impuro. Sembrava conoscere alla perfezione le strategie amorose perché, dopo la sua occhiata, mi eccitai ancora di più. Era davvero bellissima. Era più bella di ogni donna avessi mai avuto in vita mia.
“Immagino che a te piaccia guardare mentre mi spoglio, vero?”, chiese.
Confermai con la testa.
“Piace a tutti”, disse.
Cominciò una specie di spogliarello lento e cadenzato. Poi si arrestò per dirmi:
“Ma tu non sai chi sono io, vero?”
“Mai vista prima. Perché, chi dovresti essere? Sei famosa?”, risposi.
“Nel quartiere sì. Ma tu non sai nulla di me… Il tuo amico non ti ha detto niente, quel briccone. Forse sperava che potessi rimanere deluso. Ma scommetto che non ti deluderò. Non succede praticamente mai…”, disse misteriosamente.
“Mi basta che non hai qualche malattia…”, precisai.
“Malattia?! Ah, su questo puoi stare tranquillissimo. Non mi offendere con discorsi del genere, caro…”, se la prese un po’.
“Scusa…”
Quelle tette stupende che aveva mi sembravano rifatte. Però lei era così bella… Le erano rimaste solo le mutandine nere indosso. Si voltò di schiena per fare la falsa ritrosa. Si sedette al capo del letto e se le sfilò. Feci in tempo ad accorgermi che erano delle mutandine con qualcosa di diverso rispetto a come me le aspettavo, ma non ebbi il colpo d’occhio per capire come mai perché le fece sparire in un lampo. Ma in fondo che me ne fregava? Era solo un particolare trascurabile.
“Ti piace il pelo oppure no?”, mi chiese di schianto prima di mostrami quella sua vagina che ormai agognavo.
“Mi piace il pelo. Non sopporto le vagine rasate. Ma se anche dovessi avercela rasata, in questo momento mi andrebbe bene tutto! Garantito!”
“Ti è andata bene: ho il pelo. Anche io lo preferisco. È più naturale.”
Si alzò in piedi, venne verso me rimanendo in ginocchio sul letto e mi fece vedere che aveva il pelo… Solo che sotto il pelo era accessoriata di un bel cazzo che si stava gonfiando a vista d’occhio, che di lì a poco divenne gigantesco, e più grosso del mio! Doveva averlo tenuto nascosto in mezzo alle natiche per tutto il tempo! Quel grosso cazzo mi diede come una vertigine. Non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso.
Lei comprese il mio stupore, e sembrò soddisfatta. Non si preoccupò per niente.
“Ecco cosa non ti ha detto il tuo caro amico. Non ti ha detto che scopa con un trans! Ma secondo me, per quanto tu possa esser rimasto scioccato, non ti dispiace in fondo la cosa, non è vero?”, disse con una voce zuccherata e allusiva.
Effettivamente quella visione imprevista non mi aveva ammosciato il cazzo. Non mi aveva neppure fatto schifo. Semmai mi incuriosiva parecchio. Il mio pene, che già era in erezione da un po’, non mostrò segni di cedimento e anzi parve gradire molto la sorpresa, come non mi sarei mai aspettato da lui, porcellone che non era altro.
Fernanda mi si avvicinò con quel suo enorme cazzo tutto turgido. Il mio cervello voleva respingerla, voleva che mantenesse le distanze, perché non ero gay io!; ma il mio cazzo no!
“Dato che è la prima volta, immagino che tu me lo voglia succhiare, vero? Sai, ci sono dei trans a cui non viene più tanto duro perché prendono ormoni femminili, ma questo non è il mio caso, per fortuna. Io non ci rinuncio al mio pisello. Non trovi che sia bellissimo? Ci posso fare tutto. Perché non mi dimostri quanto lo trovi bello?”
Me l’avvicinò così tanto al volto che sentii come il bisogno di mettermelo subito in bocca, mentre lei cominciò a segarmi con le mani. Presto passammo alla posizione del sessantanove…
In breve, quella sarebbe rimasta l’esperienza erotica più eccitante della mia vita. Divenni suo cliente fisso, due volte a settimana.
Divenni adoratore di trans, i quali cominciai a considerare come una specie di “superdonne”, perché oltre a essere delle donne bellissime, avevano anche il cazzo, e dunque era come se fossero state superdonne. La vagina in fondo era un particolare assolutamente trascurabile se lo si poteva mettere dentro un culo. Inoltre cominciai anche io a farmelo mettere dentro. E presto volli metterlo nel culo mentre qualcosa mi veniva infilato nel culo. Ben presto una semplice donna non mi bastò più. Perché accontentarsi di una semplice donna quando si poteva avere una superdonna?
Partecipai a orge con altri trans, e anche con altri uomini, in conclusione. La maniera tradizionale di scopare me la dimenticai totalmente. Era troppo più bello così.
Compresi anche perché le donne odiavano tanto i trans. Avevano giustamente timore che gli portassero via gli uomini. Povere donne, scavalcate e umiliate anche nel loro ruolo muliebre, da altre persone che in fondo erano pur sempre uomini…
3:-)

Troppo buona

Quando nacqui mia madre decise di allattarmi, anche se il farlo le procurava un dolore acutissimo alle mammelle per via di una sua malformazione congenita. Così, con le lacrime agli occhi, mia madre mi dava quel tanto sospirato latte, mio per diritto, e io me lo cucciavo contento e ignaro.
A casa eravamo poveri, comunque non benestanti. Per cui mia madre, come era giusto che fosse, spesso si toglieva il cibo dalla bocca per passarlo alla mia, e io me lo prendevo senza farmi troppe domande. Nel frattempo la vedevo deperire.
A sei anni, quando si trattò di andare a scuola, piansi molto. Ricordo che non ci volevo proprio andare. Il primo giorno di scuola presi a sputi la maestra. In tre tentarono di calmarmi. Non ci riuscirono. Quindi fecero chiamare mia madre e mi riportarono a casa, dove vi rimasi per una settimana.
Ogni giorno mia madre mi chiedeva se avevo cambiato idea e volevo andare a scuola. Ma io le dicevo sempre no, nonostante lei mi dicesse che avrei imparato tante utili e belle cose, come contare e scrivere, e che gradualmente sarei diventato grande. Ma a me non interessava affatto diventarlo. Non vedevo perché mai avrei dovuto aspirare a un tale supplizio. Avevo infatti già compreso come, essere un marmocchio, mi arrogasse diritti e benefici che normalmente non spettavano agli adulti. Dunque perché crescere, se sarebbe stato molto meglio rimanere per sempre bambini?
Ma poi mia madre cominciò a dirmi che a scuola avrei anche imparato giochi nuovi e che non mi sarei mai annoiato, dato che avrei avuto tantissimi altri bambini intorno a me a farmi compagnia, e molti di loro sarebbero diventati miei inseparabili amici anche fuori da scuola. Con quel discorso mi convinse. Così, dopo una settimana di assenza, per la prima volta rimasi a scuola un giorno intero.
La scuola non era quel mondo fatato che mi ero creduto, però più o meno le cose che mi aveva detto mia madre si rivelarono abbastanza vere. Solo dopo seppi delle interrogazioni e della disciplina e che lì non avrei potuto fare come mi pareva. Tuttavia mi andò molto bene. Infatti nella mia sezione c’era una maestra molto buona e materna che, anche quando mi sgridava per aver tirato i capelli della bambina con la treccia del banco davanti, lo faceva con affetto e cercando di non essere molto severa. Invece all’altra sezione c’era un maestro molto cattivo che amava torturare gli sfortunati che gli capitavano a tiro. Sovente usava la sua bacchetta di legno per punire coloro i quali a sua detta si erano comportati male. Una volta toccò anche a me assaggiare la sua durissima bacchetta. Me la scagliò sulle nocche delle mani per aver sghignazzato troppo rumorosamente durante una sua lezione, alla quale dovetti partecipare poiché quel giorno la maestra era malata e il Provveditorato agli Studi non aveva mandato nessuno a sostituirla.
Gli anni a scuola furono molto importanti per me e il mio sviluppo psicofisico. Per cui non sorprenderà che alcuni dei miei ricordi principali vadano a braccetto con fatti più o meno scolastici… Come quando compresi l’importanza fondamentale di alcune cose… Della violenza nel mondo… La bellezza di incutere timore… La rilevanza degli amici… Il fare gli scherzi… Ebbi la prima cotta e scoprii il piacere sessuale – la prima pippa me la feci a scuola durante una mitica lezione di biologia. L’insegnate spiegava la riproduzione e io mettevo subito in pratica… Mi gettavo in zuffe sempre più furiose man mano che crescevo… Prendevo le note per essere stato indisciplinato… E poi c’erano le sospensioni, le bocciature… La prima, ammetto, fu traumatica: a un tratto mi ritrovai in classe con degli sconosciuti, e loro si conoscevano tutti tendendo a fare comunella. Ma non ci volle molto per farmi rispettare anche dai nuovi. E le altre bocciature mi passarono sopra la testa senza nessun malanimo, anzi, si può dire che le vivevo ormai come una sfida, come mi fossi detto: vediamo quanto ci metto stavolta a ricominciare tutto da capo; vediamo se anche stavolta troverò la strada per divertirmi e sottomettere gli altri che ancora non mi conoscono…
E mentre crescevo e diventavo alto e forte, mia madre si disperava sempre di più per le mie malefatte e diventava matta. Fu in quel periodo che i parenti cominciarono tutti a parlarle male di me e a dirle che lei era “troppo buona” e che avrebbe dovuto essere più intransigente. Ma a mia madre le si sarebbe spezzato il cuore a fare davvero la cattiva e non ne sarebbe mai stata capace.
A sedici anni dissi a mia madre che mi ero rotto di andare a scuola e che mi sarei trovato un impiego. Lei allora mi chiese se davvero ero sicuro di quello che dicevo, sottolineando che, se avessi lasciato la scuola, poi sarei dovuto andare a lavorare per davvero. Per davvero, mi disse proprio così. E io le dissi con fare sicuro che… certo che ero sicuro! Io avevo solo una parola e facevo sempre quello che dicevo, mi arrabbiai.
Tuttavia credo che sapessimo entrambi che non l’avrei fatto, non per il momento almeno. Non mi passava neppure per l’anticamera della testa di andare a lavorare bruciandomi così gli anni più spensierati della vita. Inoltre, se davvero avrebbe continuato a mantenermi qualora avessi proseguito con gli studi, non vedo perché non lo avrebbe dovuto fare comunque, anche se non ci fossi andato più…
In quel periodo cominciai a fumare – nonostante scoprii che il fumo dava molto fastidio a mia madre e le procurava delle aritmie che tuttavia mica la fecero mai morire –, a bere e infine anche a drogarmi. Scoprii che la droga dava uno sballo imparagonabile, molto, molto meglio di qualsiasi possibile scopata avessi mai potuto farmi in vita mia.
A proposito di scopate, avevo trovato una ragazza che me la dava e che anche lei amava bere, fumare, drogarsi. Era una schizzata con i capelli sempre dritti che neppure si pettinava la mattina. Era sempre strafatta e sovrappensiero. Me la scopavo quando era vigile, ma alcune volte anche quando non era proprio in lei, o dormiva, tanto per me era lo stesso: a me bastava il suo buco e non volevo altro.
Ma presto, per via di tutti quegli eccessi, mi si cominciò ad ammosciare. Non mi rispondeva più agli stimoli. E invero anche Laura Lisergica, la mia ragazza, più o meno prese la stessa china, anche se il sesso continuò a farlo ugualmente – seppur non traendone più gran piacere – perché cominciò a battere per sostenere quel tenore di vita che altrimenti sarebbe stato proibitivo per lei. Le servivano grandi incassi, altrimenti niente droga. Ma questo lo seppi molto dopo e casualmente, quando era da un pezzo che non stavamo più insieme. Mi stupì che la cosa non mi fece alcun effetto.
Rincasando, dopo essere stato fuori tutto il giorno – anzi, più spesso la notte –, trovavo ad accogliermi sempre più spesso e con maggiore petulanza la voce rintronante di mia madre che mi trapanava il cervello con le sue fisime sul futuro e il lavoro, su cosa avrei fatto quando un giorno lei sarebbe morta e altre cazzate. Così, visto che lei aveva tirato in ballo l’argomento, le diedi un assaggio della sua morte. Mi avventai su di lei spaccandole le ossa. Fermai la mia furia ben oltre quando lei svenne per i traumi riportati. Avendo sturato la mia rabbia, non potei riporla fin quando non mi sentii esausto.
Quello sfogo mi diede una strana eccitazione che non dimenticherò mai: l’adrenalina che mi irrorò il corpo quella volta mentre affondavo i pugni nella sua carne molle di donna mi inebriò. Le spezzavo le ossa e le sentivo frangere, mentre udivo le sue urla straziate, ed ero consapevole che quella signora che stavo pestando era mia madre, la carne della mia carne: venivo dunque da lei e una volta ero uscito dalla sua vagina. Non so, per me fu come chiudere un cerchio arcaico sul destino, in modo che il nuovo, il giovane, prevalesse sul vecchio che lo aveva generato.
Mia madre finì in ospedale. Ce la portai io stesso quando vidi che sanguinava troppo e che non rispondeva agli stimoli (e agli insulti). Capii che era grave e che me la sarei giocata se non l’avessi fatta curare. Così chiamai l’ambulanza e quando dovetti specificare le cause che l’avevano condotta in quello stato dissi che non lo sapevo, che ero tornato a casa a che l’avevo trovata così. I medici pensavano che celassi loro qualcosa, così dissi che sospettavo che fosse stato mio padre, un burbero padre ubriacone e violento che in realtà non esisteva. Cioè, non avevo mai conosciuto mio padre. Mia madre mi aveva sempre detto che ero nato “inavvertitamente”, ma che quando lei seppe di essere rimasta incinta era stata felice di tenermi, mentre mio padre si dileguò non volendo tramutare in sposalizio quella che per lui era stata solo una sveltina…
Quando mia madre riprese conoscenza e poté parlare, anche a lei fu chiesto chi l’aveva ridotta così e lei – il fatto mi fu raccontato perché io non ero presente – si mise a piangere, cominciò a scuotere la testa e disse solo che non lo avrebbe detto. D’altronde penso che sapesse benissimo che se lo avesse fatto sarei finito in carcere e non mi avrebbe più visto per un pezzo. Inoltre le avrei serbato rancore per il resto dei miei giorni. Ma a ben pensarci credo che non mi denunciò principalmente perché temeva che se fossi finito in carcere non avrei potuto che peggiorare, e quindi mi avrebbe perduto per sempre. Era tipico di lei pensare queste sciocchezze con ancora i segni delle mie percosse addosso e con tutti quei tubi che le entravano nel corpo per tenerla in vita.
Fattostà che rimase in ospedale per cinque lunghi mesi, durante i quali mi trovai davvero in imbarazzo per sopravvivere da solo. Infatti, se mia madre non lavorava, non guadagnava nulla, e non è che in tutti quegli anni fosse riuscita a raggranellare tutta questa somma, anzi diciamo che in genere era già tanto se finivamo il mese in pari, senza altri debiti con nessuno che si sommavano ai debiti precedenti. Così, dopo una settimana dalla sua entrata in ospedale, mi resi conto che i soldi erano finiti. Cercai anche nei posti dove sapevo che lei li nascondeva in casa, ma trovai solo pochi quattrini che mi sarebbero bastati per massimo altre due settimane.
Che fare allora? Imprecando con me stesso per aver azzerato la mia unica fonte di reddito, mi decisi a trovarmi un lavoro. Nel mio quartiere c’era un cantiere sempre aperto che cercava continuamente gente per costruire case o roba di questo genere. Un giorno mi ci avvicinai sommessamente e osservai per alcuni lunghi minuti gli operai lavorare. Se ne andavano su e giù con le loro carriole stracariche di materiale edile, fumando, bestemmiando e parlando di ogni cosa venisse loro in mente, sia con il sole che con la pioggia, se faceva freddo e se faceva caldo, con i loro ridicoli caschetti gialli sulla testa. Un tizio, che doveva essere una specie di caporione, notando il mio perdurare lì davanti, mi chiese se volevo qualcosa. Io gli dissi di no. Poi indovinò la verità e mi chiese se volevo un posto. Ma io dissi superbamente che mi piaceva solo vedere gli altri che sgobbavano e si rompevano il culo. Mi sputò vicino ai piedi e mi disse di andare affanculo, ma fu lui a girarmi le spalle e ad andarsene. Di lì a poco approfittai di una loro pausa per avvicinarmi a una cariola ancora carica che non era stata svuotata. La sollevai tramite le apposite leve. Tentai di effettuare qualche passo. Ma la carriola era pesantissima e ciò mi fece passare la voglia di lavorare per il resto della mia vita. Me ne scappai oltraggiato dal lavoro che quel posto offriva. Se davvero avessi accettato quell’impiego avrei dovuto spaccarmi la schiena e io non potevo ammettere di essere destinato a fare una vita di merda come tutti quei poveracci avevano sempre fatto in vita loro. Io ero più furbo, in più io volevo vivere da uomo libero, non da schiavo. Io ero un uomo, gli altri, per la maggior parte, no: erano schiavi.
Con ancora mia madre in ospedale, non sapendo dove andare a sbattere la testa, pensai subito a riallacciare i rapporti con Laura Lisergica. Andai a casa sua e lei, appena mi vide, senza ancora intendere chi fossi, mi disse: “cinquanta”. Fu da quello che dedussi che batteva ancora. Laura non mi aveva riconosciuto credendomi un cliente. Ma poi si ricordò di me e rinvangammo i vecchi tempi. Precisamente li rinvangai io, lei mi seguì con quella sua aria persa e sonnolenta e si limitò a emettere monosillabi. Attesi che si addormentasse bella fatta per rubarle un po’ di roba e molti soldi. Quella puttana guadagnava abbastanza bene, anche se pareva avere quindici anni più di me pur avendone cinque di meno. Era invecchiata tantissimo, ma ancora amava bucarsi e sniffare, la troia, nonostante il suo naso avesse cominciato, senz’altro per la droga, un processo di erosione irreversibile.
Non mi sentii per nulla in imbarazzo ad alleggerirla di quella roba e di quei soldi perché in qualche modo sentii che lei, essendo stata la mia ragazza, ancora mi apparteneva, e dunque tutti i suoi ricavi mi spettavano.
Scoprii presto che aveva un protettore, che infatti le spaccò la faccia – non si regolò proprio il tipo! – quando si accorse degli ammanchi. Dovette pensare che la povera Laura si fosse voluta tenere qualcosa per sé. Ma quella ipotesi era assai inverosimile perché Laura, da quando aveva conosciuto la droga, pensava solo a quella e solo quella aveva in testa.
Meditai che per risolvere in maniera definitiva i miei problemi economici dovevo diventare il nuovo e unico protettore di Laura la supertossica. Dunque dovevo sbarazzarmi di quell’altro, il quale era un negro molto logorroico e prestante, più pesante di me e forse anche più forte. A ogni modo era uno che stava sulla strada da un pezzo e che conosceva come andavano le cose. Sapevo quindi che non sarebbe stato facile liberarmene, come pure che quello poteva essere lo spartitraffico della mia vita, perché se avessi fallito sarei finito direttamente all’obitorio: con quello non si scherzava.
Mi arrovellai il cervello per tre giorni a pensare un modo per fregarlo, ma ogni volta finivo per immaginare un corpo a corpo, che non era affatto sicuro che mi avrebbe veduto emergere come vincitore, anzi.
Una sera ero sul punto di andare da lui a dargli una coltellata. Lo avvicinai, lo approcciai. Solo che il tizio mi tenne così d’occhio che il lanciarmi in una tale azione avrebbe equivalso a un suicidio.
Così ebbi quel lampo di genio e, mentre il tipo mi squadrava compassato come a dirmi “che cazzo vuoi, brutto figlio di puttana? sgomma o le prendi!”, lo guardai negli occhi e gli chiesi se aveva qualcosa per farsi. E feci centro perché la sua espressione si distese subito. Cominciò a pensare a me come a un tossico, e non a una possibile minaccia. Quando si trattò di pagare mi venne l’istinto di tirare fuori il coltello che tenevo nella giacca del soprabito e di infilarglielo nella pancia, ma lui era ancora sul chivalà e forse non me lo avrebbe permesso. Così pagai e lui pensò che fossi un tipo a posto. Presi un appuntamento per il giorno dopo, per altre dosi. Fu solo allora, mentre era distratto, che gli infilai tutto il coltello nella pancia prima ancora che lui potesse dire “che cazzo fai, tossico del cazzo?!”.
Mi presentai dunque da Laura Lisergica e le dissi della novità, cioè che ero diventato il suo protettore e che per lei le cose da quel momento sarebbero pure migliorate. Lei dapprincipio non mi credette. Pensava che stessi millantando. Ma quando si rese conto che il negro non sarebbe più venuto a farle visita allora capì che non le avevo mentito e mi avvalorò di quel ruolo, anche se poi per lei non cambiò proprio un cazzo in definitiva.
Avendo a disposizione dei soldi in più, mi prese brutta e cominciai a farmi anche io almeno tre volte al giorno – almeno, se non anche sette o otto. Così cominciò a non importarmi più niente del mondo esterno. Credo che in quel periodo somigliassi molto a Laura Lisergica, con la differenza però che nella mia bocca non si poteva mai trovare sperma, al contrario della sua.
Feci il primo vero errore della mia vita perché, quando mia madre tornò dall’ospedale, mi scoprì talmente fuori di zucca e passivo, oltre che con un ago ancora infilato nel braccio, il quale ormai era divento una gruviera, che, con la morte nel cuore, si decise infine a compiere un’azione senza compromessi che rischiò di rompere per sempre i rapporti tra noi. Chiamò la polizia e firmò per farmi assegnare a un programma coatto di recupero tossicodipendenti che non andava troppo per il sottile.
Non la vidi per un anno. Quello prevedeva tra l’altro il programma di riabilitazione. Me la scordai totalmente fino al giorno della mia rimessa in libertà. Durante quell’anno, imprigionato in quella struttura-penitenziario, venni più volte legato al letto, oltre che picchiato. Inoltre fui obbligato a lavorare come falegname. Nonostante ciò c’è da dire che quando ne uscii davvero potevo dirmi interamente ripulito dalla droga. Lo avvertivo nitidamente nel fisico, seppure un certo fremito ancora faceva palpitare il mio cuore e mi scorreva nei polpastrelli quando ripensavo alle sensazioni che mi dava lo sballo. Detto tra noi, credo che non mi sarei mai potuto disintossicare se non il quel modo.
Tornando a casa mi ripresentai completamente guarito a mia madre, che si commosse parecchio. Le dissi che ero pulito e lei mi abbracciò. Ma poi me ne andai subito da casa a farmi un giro e lei capì che, anche se nel fisico ero cambiato, per il resto il mio carattere era sempre lo stesso.
Per prima cosa cercai Laura Lisergica, per ricominciare da dove avevo lasciato: la droga non mi interessava più ma mi interessavano i guadagni. Ma dove prima viveva lei si erano stanziate altre persone che non seppero dirmi che fine avesse fatto. Indagando un po’ in giro venni a scoprire facilmente la triste verità: un giorno, Laura Lisergica, in un momento di lucidità, probabilmente non sopportando più la vita che faceva, essendosi resa conto dello scarto umano che era diventata, si era suicidata ficcandosi quattro siringhe, due per lato, nel collo. Così l’avevano trovata: con quattro siringhe infilate nel collo, con lei con gli occhi fuori dalle orbite in una posa nella quale la sua bocca era una via di mezzo tra un’espressione estremamente schifata e un urlo liberatorio di ultima, terribile affrancazione. Questo mi venne riportato da una sua cugina di secondo grado.
Mi recai anche sulla sua tomba ma non piansi neppure una lacrima. Lei per me era stata solo un tramite, un frutto da spremere, e devo dire che il suo succo era stato spremuto per bene da tutti coloro i quali le avevano attraversato la vita; anche da lei stessa, lei stessa per prima, più di tutti.
Ormai ero un uomo sia nel fisico che nella mente. Inoltre quell’anno senza droga mi aveva rimesso pienamente in forma. E ora avevo fame. Fame di tutto. Una fame insaziabile che non vedevo l’ora di rimpinzare negli stravizi. Tutto il quartiere però mi sembrava lontanissimo e irriconoscibile rispetto a quello godereccio che avevo lasciato anni prima. L’unico punto fermo rimaneva casa mia e mia madre. Erano gli unici elementi a esser rimasti uguali.
Anche se, a dire il vero, anche mia madre era cambiata, e non poco. Ebbi modo di riflettere sulla cosa mentre potei osservarla per minuti contorcersi sotto i miei sguardi rigorosi. Mia madre era rifiorita. Sì, senza la mia ammorbante presenza intorno che la vessava, la umiliava, le toglieva il sangue e la voglia di vivere, mia madre si era ripresa. Era ridiventata una donna in forze e in carne, e anche i suoi seni sfibrati avevano trovato nuovo vigore e si erano rigonfiati come quando era stata giovane.
Quel giorno ero seduto in cucina che attendevo che lei servisse il pranzo, nel frattempo la guardavo voglioso, chiedendomi se davvero avrei potuto fare la cosa che mi covava in mente, o quella cosa sarebbe stata troppo anche per me. Ero assai silenzioso e mia madre aveva capito che avevo qualcosa di malvagio nel cervello, qualcosa il cui gusto stavo assaporando lentamente prima che la belva in me si fosse scatenata sul serio. Per questo, lei, presaga che indubbiamente un qualche grosso male fosse prossimo a scagliarsi su di lei, perché solo lei mi rimaneva al mondo e solo lei mi era stata sempre accanto sia nella buona come nella cattiva sorte, come fossimo due coniugi inseparabili, mi teneva a distanza.
Fu proprio quella la molla a farmi dire di sì. Sì, in fondo quella cosa si poteva concretizzare. Così mangiai come un lupo e bevvi molto vino per aumentare l’ebrezza dell’impresa che mi stavo accingendo a compiere. Mi girava la testa ma sentivo di essere ancora molto forte, forte come non ero mai stato in precedenza.
“Sai che sei davvero bella, mamma?”, esordii con un tono di falsa adulazione. Lei sbatté gli occhi due volte, come a dire, “ma che cosa vuoi da me? Neppure questo ti sta bene adesso?” Proseguii… “Sì, proprio bella mamma. Si direbbe che la vita senza di me ti abbia giovato assai, eh? Non è forse così?”, dissi con un tono accusatorio. Lei non rispose nulla e sentendosi quasi colpevole della propria rinascita incassò gli occhi verso il basso.
“Perché in verità tu sei contenta che io non ci sia stato, eh?”, le dissi con disprezzo. E a quello lei ci tenne a replicare che non era affatto vero e che lei aveva sempre fatto il possibile per il mio bene, compresi quegli inenarrabili sacrifici che solo le mamme sanno.
“Allora ci sarebbe qualcosa che vorrei tanto che tu facessi per me, mamma…”, le dissi. “Vorrei che ti venissi a sedere sulle mie ginocchia un attimino, che ti devo dire una cosa all’orecchio…”, e, terminando la frase, mi diedi una pacca sulle cosce, a farle intendere di mettersi proprio lì dove le indicavo.
I suoi occhi allora ebbero un sussulto di lacrimazione e lei, intuendo qualcosa di molto sporco, qualcosa che non avrebbe mai potuto perdonarmi, neppure lei che era la madre più buona del mondo, troppo buona secondo tutti quelli che la conoscevano, mi disse che doveva andare in bagno, e infatti si sbrigò a sprangarsi dentro quel locale.
Ma io, senza farle capire e sentire, la seguii e mi appostai dietro la porta. E quando la ascoltai il primo rivolo di urina scaturirle dal ventre, buttai giù la porta con un calcio e la scoprii con le mutandine calate alle caviglie, mentre con la carta igienica si asciugava quelle lacrime copiose che le scendevano. Stava piangendo in silenzio, mia madre, come una nobile decaduta che non volesse far apprendere ai suoi domestici che ormai non aveva più alcuna ricchezza che la qualificasse.
Non ci mise molto però a mutare il suo pianto composto in delle urla spropositate mentre me la caricavo sulle spalle per portarla in camera da letto, dove disposi di lei come meglio credevo e per quanto tempo volli, finché non fui sazio. E quelle sue grida isteriche da animale ferito a morte non fecero altro che eccitarmi ancora di più… Fu quello il giorno in cui godetti maggiormente in vita mia, non un altro. E mentre me la chiavavo, mi parve di ricongiungermi con lei, come sempre avrebbe dovuto essere…
Furono proprio quelle urla che probabilmente richiamarono l’attenzione dei vicini che stavolta, al contrario di tutte le altre, si decisero a intervenire, cagionando la venuta della polizia, che mise fine alla nostra commedia, separandoci per sempre, me e la mia cara mammina troppo buona che aveva fatto di tutto in vita sua per non contrariarmi e per farmi avere sempre la strada spianata…
Cara mammina, sei l’unica persona che mi abbia mai amato, ma forse c’era qualcosa di sbagliato nel tuo amore, perché altrimenti non sarei dovuto venire su come sono venuto.
Cara mammina, adesso che non ci sei più, capisco quanto tu mi abbia sempre amato e quanto lo abbia fatto io. E oggi posso dire che sei e sarai sempre la donna che più di tutte mi ha fatto godere in vita mia. Tu che mi hai procurato quegli orgasmi così inarrivabili, che quando ci penso non posso esimermi da toccarmi con sprezzo ancora oggi, struggendomi fino a quando la passione avvolgente non muta… e torna la calma.

ESTINGUERE I CASAMONICA IMMEDIATAMENTE

Non li volete sterminare? Allora perlomeno dategli l’ergastolo. Perché i CASAMONICA nel 2018 sono ancora liberi di circolare per le strade? Non ne hanno combinate abbastanza? Forse non sono abbastanza “famosi”? Eppure io li conosco di fama. La polizia li conosce. I residenti della loro zona conosco le loro facce oltre che la loro reputazione, per questo hanno paura a intervenire e non si intromettono quando questi signori spadroneggiano pretendendo di fare sempre il comodo loro.
Per gli Spada si sapeva chi erano, si sapeva che avevano corrotto anche esponenti eminenti della polizia locale, e si è decisi di fare qualcosa SOLO quando è uscito quel certo video che ricorderete… E per i CASAMONICA che cosa stiamo aspettando? Eppure sono gli stessi del funerale sfarzoso di qualche tempo fa, simbolo della loro smisurata, tracotante arroganza e del loro potere mafioso. Non si può dire che non si sa. La polizia li deve togliere dalla circolazione, buttare in una galera e dimenticarsi di loro, se proprio non li vuole ammazzare…

Perché no?

D’un tratto mi passa accanto la scia d’un profumo femminile. Mi volto e vedo una donna che in quel momento mi appare stupenda. Me la vorrei fare. Perché non posso andare da lei a chiederle se anche lei vuole? Perché, se anche lei, come me, lo volesse, mi risponderebbe per pudore che non vuole e mi intimerebbe di allontanarmi?
Perché viviamo schiavi di queste bigotte convenzioni sociali che ci obbligano a trattenere i nostri istinti, anche i più elementari e naturali. E con questo non voglio dire che bisognerebbe abbandonarsi ai propri istinti indiscriminatamente senza curarsi di null’altro, ma solo che viviamo in una società dove l’apparenza, le convenzioni e la paura di non essere accettati, o anche emarginati, prevale su tutto il resto quando non dovrebbe esser così…

Rabbia contro il fottuto sistema del cazzo

L’altro ieri lei mi ha risposto male e mi ha colpito al cuore. Ero indeciso se rispondere a mia volta o meno. Colmo di malinconia, sono stato un po’ a pensarci, perché sentivo che anche con lei sarebbe andata male. Ho preso tempo. Lei, sul momento, non credo se ne sia accorta.
Poi ho cominciato a scriverle una risposta. Era molto cupa e pessimista, esprimeva tutto il mio stato d’animo depresso. Era molto più sincera della sua, che tra le righe, rintuzzandomi, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, era stata sottilmente perfida, eppure mi aveva trafitto dritto il cuore, eccome se lo aveva fatto.
Stavo lì per inviare la mia risposta… Poi cosa sarebbe accaduto? Lei mi avrebbe detto che non capiva di cosa stessi parlando. O forse ciò avrebbe ingenerato allora una sua reazione ancora più netta e intransigente, e forse quella sarebbe stata l’ultima volta che avremmo chattato…
Ma non fu per quello, se poi cancellai tutta la mia risposta e mi tenni per me ogni minima forma di manifestazione del mio sofferente malessere. Fu perché in quel momento, oltre a essere senza alcuna difesa, cioè ogni sua frase avrebbe potuto farmi piangere forse per il resto dei miei giorni, sentivo che i miei sentimenti erano troppo “veri”, troppo, davvero troppo, per esser governati, per esser compresi, per non cagionare una reazione che comunque avrebbe cambiato per sempre i nostri rapporti. E anche troppo veri per non esser odiati – e il suo contrario.
Per cui rimandai tutto al giorno seguente. E feci bene, perché ieri, rileggendo tutto, le sue parole mi sono sembrate molto meno velenose. Così posso affermare con certezza che, se il giorno prima davvero le avessi detto quello che pensavo, lei si sarebbe detta che ero un mezzo pazzo, o comunque uno con dei grossi problemi, e lentamente mi avrebbe abbandonato nel modo peggiore, senza nemmeno dirmelo, decidendo in quel momento il mio destino ma prolungandolo nel tempo per non darmi modo di lamentarmi.
Eppure, giuro su dio che non ero stato io a male interpretare le sue parole: il fatto era che, il giorno dopo, anche quelle parole si erano come mitigate, come lei avrebbe voluto che fosse, e anche io ci avrei messo la firma. Erano le stesse parole, ma il giorno dopo avevano un altro significato.
Ma quella non è stata l’unica cosa che è accaduta o non accaduta ieri. Perché ieri quello stronzo del suo amico, che le sta sempre addosso da quando ha capito che io e lei filiamo d’amore e d’accordo, e dunque spunta sempre come il prezzemolo anche in conversazioni in cui non è stato invitato, si è intromesso spudoratamente, e ha detto una delle sue cazzate. Questo mi ha indisposto. Così ho chiuso tutto e mi sono isolato.

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